alcramer [Alfredo Cramerotti]

Introduzione al Fallimento su Artribune.com [Italian translation]

Posted in shortEssays/cortiSaggi [English/Italian] by alcramer on December 20, 2011

[Italian]

Pubblicato su Artribune.com

Scritto da Alfredo Cramerotti

sabato, 17 dicembre 2011

 

Viviamo in una società che stigmatizza il fallimento. Che non vede in esso niente più che umiliazione e incapacità. Mentre fallire a volte significa darsi un’occasione per imparare. E per uscire dal seminato. Una riflessione di Alfredo Cramerotti.

Il fallimento è difficile da digerire. Il fallimento non trova spazio tra i nostri contemporanei. Nessun luogo in cui svilupparsi. Nessun luogo per manifestarsi. Il fallimento, in altre parole, non dovrebbe esistere, secondo la società attuale.
Se fallisco qui (e ora), pregiudicherei la mia credibilità futura. È quasi impossibile parlare del fallimento in senso positivo, così come lo è sviluppare una nozione di fallimento, senza sospetto. Ho sempre grandi aspettative, e non considero mai l’eventualità che non possa raggiungerle.
Ecco perché l’importante è fare a meno di quella fobia per l’errore che ci spinge ai limiti di una perenne foschia. Non solo ho paura di fallire, in termini fisici e mentali,  ma a volte costruisco dei meccanismi di autocensura. Non permetto nemmeno a me stesso di pensare che potrei fallire e che le cose potrebbero andare male. Ma cosa significa esattamente “le cose possono andare male”?
 Quando mi vengono delle idee, le pianifico, le metto in atto e poi mi godo il risultato. La possibilità di fallire in realtà non intacca nulla. Il fallimento è uno spazio prezioso nel quale posso allargare i confini e sperimentare altre dimensioni di vita e lavoro.
 A questo punto, ci si potrebbe chiedere: perché dovrei fallire? Non che fallire sia necessario per vivere meglio. Piuttosto, è un modo per permettere a me stesso di trovare spazio, la dimensione mentale del fallimento. La cultura dominante dell’epoca in cui vivo è contrassegnata dal culto della vittoria a tutti i costi, che vieta di incorrere in errore. Per esempio, non sopporto il pensiero di perdere il mio tempo dietro qualcuno o qualcosa che alla fine sparisce e mi abbandona. Ciò può accadere in amore come nel lavoro.

Nelle mie azioni investo sentimenti, tempo, soldi e così, proprio perché si tratta di un investimento, mi aspetto qualcosa in cambio. Un ritorno, qualche risultato. Non concepisco un’azione libera da effetti attesi, libera dall’obbligo di evitare di fare errori. Mi addolora vedere e pensare a me stesso sconfitto. Posso sopportare solo il fallimento di qualcun altro. E non voglio certo essere io quel qualcun altro. 
Esiste una scuola di pensiero che afferma che non c’è un diritto a fallire, ma un dovere a sperimentare. Bene. Significa che un esperimento non può fallire? Perché non prendere in considerazione la parola “fallire”? Fallisco negli studi, nel lavoro, in amore. A volte in modo permanente, altre volte no. Scrivendo queste righe, probabilmente sto fallendo, del tutto o in parte, nel tentativo di comunicarvi esattamente i miei pensieri. E in alcune occasioni sono riuscito a portare a termine con successo qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che avevo iniziato. E questo è un fallimento?
Forse solo fallendo potrei arrivare a raggiungere la verità, lasciando intatta la molteplicità della mente umana, continuando a prendere in considerazione le sue infinite possibilità. Forse l’unica cosa che è rimasta da fare è continuare a dire al mondo il mio sogno, lasciando agli altri l’onore di dare un senso ai frammenti della vita. Il mio fallimento sarebbe in questi tentativi, in questi frammenti di una storia incerta, nata non per essere finita ma per essere vera in senso etico ed emotivo, non per forza realistico.

 

*Originariamente pubblicato come “Take your protein pills and put your helmet on: an Introduction to Failure” in inglese/italiano su Digimag 69, novembre 2011.
Traduzione di Marco Mancuso

Qualche commento da Artribune:

Matteo P scrive, 17 dicembre 2011 alle 14:59: 
Articolo molto interessante. Da leggere sul tema anche Lisa Le Feuvre “Failure”
si trova un assaggio qui: http://www.tate.org.uk/tateetc/issue18/failure.htm

Christian Caliandro scrive, 17 dicembre 2011 alle 16:07: 
Un ragionamento esemplarmente condotto ed estremamente interessante. Questi sono i temi davvero importanti. Complimenti Alfredo

Giusepe Parisi scrive, 
18 dicembre 2011 alle 07:46: 
OTTIMO, è necessario un dibattito aperto, che utilizzi la stessa semplicità di esposizione.
Gli errori sono naturali nelle sviluppo sperimentale…li compie anche la natura…eppoi si trasformano, spesso, in un cambiamento migliorativo e positivo.
Viva il cambiamento ciao Giuseppe Parisi

The Stylist scrive, 
18 dicembre 2011 alle 18:52: 
Articolo molto, molto bello.
Forse l’unica speranza potrebbe essere quella di insegnare il fallimento già nelle scuole elementari, a protezione del delicato sviluppo psico-fisico dei futuri adulti.

Stefano Gori scrive, 
18 dicembre 2011 alle 20:03: 
Una bella riflessione;
semplice, umana, vera.
Mentre la leggi ti senti toccare al cuore
come succede quando si ascoltano cose vere.
Speriamo che dopo decenni di materialismo possa riaffiorare
la cultura dell’attenzione, dell’ascolto, del rispetto, della bellezza 
e perchè no, dell’errore, dell’insuccesso e del fallimento.

Nicoletta Daldanise scrive, 
18 dicembre 2011 alle 22:28: 
Concordo, il fallimento non inficia il processo…

Silvia Scaravaggi scrive, 
19 dicembre 2011 alle 11:05: 
Ottimo testo Alfredo, 
mi interessa molto il ragionamento e offre molti altri spunti davvero cruciali.
Posto dalla “carta dei diritti personali” tre dei diritti a mio avviso centrali:

4 – Tu hai il diritto di cambiare la tua opinione.

5 – Tu hai il diritto di sbagliare e di assumertene la responsabilità.

6 – Tu hai il diritto di dire: “Non so!”.

Silvia

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